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Oratorio

23 luglio 2015

Mornese (Italia).

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Incomincia la quinta tappa dell’itinerario verso Mornese. È il tempo della missione. Nella personalità di Maria Mazzarello, coesiste il germe della bontà e della maternità spirituale, insieme a quello della vocazione pedagogica e religiosa. Le sue qualità umane e spirituali fanno di lei un’educatrice particolarmente abile e con uno stile formativo analogo a quello di don Bosco, sintesi equilibrata di doti personali e del lavorio svolto sul suo carattere anche grazie alla guida di don Pestarino.
Tra la bottega del sarto Valentino Campi, davanti alla quale prende consistenza l’intuizione di Maria di fondare un laboratorio di cucito, e la casa dell’Immacolata, adiacente alla Parrocchia dove nel 1867 le prime Figlie dell’Immacolata cominciano a vivere in comune … vi sono altre case: quella di Teresa Pampuro, sede del primo laboratorio, la casa di Angela Maccagno, dove si tenevano le riunioni delle FMI e il cortile di suo fratello, dove Maria D. faceva l’oratorio festivo, la casa Bodrato, sede del primo orfanotrofio. Infine, la casa dell’Immacolata. Sono case che ricordano il graduale prendere forma dei progetti di Dio per l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice. Il Signore “costruisce” la sua casa attraverso la disponibilità delle persone che le abitano. Queste case sono traboccanti di storia e di vita perché ricche di relazioni umane intense e sincere. Sono relazioni educative, legami d’amore che fanno crescere!
L’idea del laboratorio prende vita in Maria D. durante la convalescenza dalla malattia del tifo. Essa si realizza nell’arco di alcuni anni e quando, nel 1864, don Bosco si reca a Mornese, Maria con Petronilla non solo dirigono sapientemente il laboratorio, ma hanno aperto anche l’oratorio festivo e diverse attività per favorire la crescita umana e cristiana delle ragazze di Mornese. «Accetteremo qualche ragazza che vorrà imparare a cucire e le insegneremo, col fine principale però, ricordiamolo bene, di toglierla dai pericoli, di farla buona e specialmente di insegnarle a conoscere e amare il Signore». Con la dolcezza, l’affabilità, il rispetto per le ragazze da un lato, e la fermezza, l’autorevolezza e l’esigenza dell’obbedienza dall’altro, Maria applica un metodo in perfetta sintonia con il Sistema Preventivo di don Bosco. Metodo che per il raggiungimento delle finalità che si propone postula la creazione di relazioni positive, ricche di umanità, rispettose della persona dell’educanda, capaci di diventare “laboratorio” di maturazione umana e cristiana. Le FMI, anche attraverso la mediazione formativa di don Pestarino, incarnano questo ideale manifestando uno straordinario ascendente sulla gente. Si dedicano alle ragazze con maggior continuità rispetto a quanto avrebbero potuto fare se fossero rimaste nelle loro famiglie. L’amore educativo vissuto dalle FMI e in particolare da Maria Mazzarello si caratterizza sin dall’inizio per l’accoglienza e la sollecitudine per le ragazze più trascurate e difficili. Uno stile educativo connotato da differenziata adeguatezza, in modo da raggiungere il cuore delle ragazze attraverso l’affetto, i richiami, i consigli, il confronto con i valori e la guida paziente verso la loro graduale assimilazione.
Farsi amare più che temere dalle fanciulle; avere vigilanza solerte, continua, amorosa, non pesante, non diffidente; tenerle sempre occupate fra la preghiera, il lavoro, la ricreazione; formarle a una pietà veramente seria, combattendo in esse la menzogna, la vanità, la leggerezza”.
Educare qui non è questione soltanto di sapere, ma di essere, di comunicare, di influire positivamente e con amorevolezza serena sulle ragazze e sulle loro stesse famiglie.
Comporta perciò l’integrazione dei valori della contemplazione (esercizio della presenza di Dio) con quelli dell’azione (“farsi amare più che temere”, vigilare, tenere le ragazze sempre occupate per formarle donne cristiane), della spiritualità, dell’ascesi e della missione educativa vissuta in comunità.
Il tratto cordiale e amorevole, infatti, sembra essere il segreto che affeziona le ragazze alle prime FMI, in particolare a Maria Domenica tanto che esse «desideravano di non stare un solo giorno lontane da lei». Insieme alla bontà, Maria unisce l’autorevolezza con la quale esige dalle ragazze diligenza, impegno, schiettezza. L’amore ad esse donato ritorna alle educatrici attraverso una dinamica di reciprocità e si trasforma in apertura, confidenza, docilità verso chi si dedica a loro con sollecita cura. Inoltre, l’armonizzare autorevolezza ed amorevolezza crea un clima educativo che fa evitare l’uso dei castighi perché, sentendosi amate ed aiutate, le ragazze corrispondono facilmente all’intervento formativo. Le loro testimonianze sono significative a questo proposito: «Maria ci sgridava se lo meritavamo; ma, dopo la sgridata, dopo averci fatto comprendere il male commesso, ci voleva bene come prima e non conservava alcun malumore; non ne parlava più e ci trattava come se nulla fosse accaduto. Era sempre di uguale umore; non ricordiamo di averla vista imbronciata, né incollerita, benché noi fanciulle le occasioni non gliele lasciassimo mancare».

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