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Omelia del Rettor Maggiore in occasione della S. Messa di chiusura del Confronto MGS Italia e del compleanno di don Bosco

27 agosto 2013

Don Pascual

Carissimi fratelli e sorelle della Famiglia Salesiana, carissimi giovani del MGS italiano, carissimi amici di Don Bosco

Ci siamo radunati a Colle Don Bosco per celebrare, ancora una volta, il ricordo della nascita del nostro caro fondatore e padre, l’“amico dei giovani”, proprio in questo luogo, che è per noi, suoi figli e figlie, il nostro Betlemme, la culla della sua vita e del nostro carisma. Quest’anno la festa è stata preparata dal Confronto del MGS Italiano celebrato questi giorni nei luoghi salesiani santi con il tema “Testimoni della Gioia”, per cui tutto Colle Don Bosco si veste di festa con la presenza radiante, bellissima e significativa di questi giovani, che riempie di entusiasmo e di speranza la nostra vita. A ragione Papa Francesco afferma che “attraverso la finestra dei giovani entra il futuro” nella Chiesa e nella Società, e, di modo speciale, aggiungerei io, nella nostra Famiglia Salesiana. Assieme a loro, diamo l’avvio al terzo ed ultimo anno del triennio di preparazione al bicentenario della nascita di Don Bosco. Dopo aver dedicato il primo anno del triennio a conoscere la sua figura storica e il secondo anno a cogliere in lui i tratti dell’educatore e ad attualizzare la sua prassi educativa, in questo terzo e ultimo anno intendiamo andare alla sorgente del suo carisma, attingendo alla sua spiritualità. Vi invito, dunque, cari fratelli e sorelle, membri tutti della Famiglia Salesiana, cari giovani, ad attingere alle sorgenti della spiritualità di Don Bosco, ossia alla sua carità educativa pastorale. Essa ha il suo modello in Cristo Buon Pastore e trova la sua preghiera e il suo programma di vita nel motto di Don Bosco «Da mihi animas, cetera tolle». Potremo così scoprire un “Don Bosco mistico”, la cui esperienza spirituale sta a fondamento del nostro modo di vivere oggi la spiritualità salesiana, nella diversità delle vocazioni (consacrate, religiose, presbiterali o laicali) che a lui si ispirano. Il Don Bosco “uomo spirituale” ha interessato Walter Nigg, pastore luterano e professore di Storia della Chiesa all’Università di Zurigo, che così scriveva: “Presentare la sua figura sorvolando sul fatto che ci troviamo di fronte ad un santo sarebbe come presentare una mezza verità. La categoria del santo deve avere la precedenza rispetto a quella di educatore. Qualsiasi altra graduatoria falserebbe la gerarchia dei valori. D’altra parte il santo è l’uomo nel quale il naturale sconfina nel soprannaturale, e il soprannaturale è presente in Don Bosco in misura notevole […] Per noi non ci sono dubbi: il vero santo dell’Italia moderna è Don Bosco”.[1] I santi infatti sono una risposta al bisogno spirituale di una generazione, l’illustrazione eminente di ciò che i cristiani di un’epoca intendono per santità. Ecco il perché nella GMG di Toronto, Giovanni Paolo II invitava e sfidava i giovani ad “essere i santi del terzo millennio”. Evidentemente l’auspicata imitazione di un santo non può che essere “proporzionale” al riferimento assoluto che è Gesù di Nazareth. Infatti ogni cristiano, nella concretezza della sua situazione, è chiamato a riprodurre il più fedelmente possibile l’immagine di Gesù. E i santi offrono un cammino concreto e valido verso questa identificazione con il Signore Gesù. Si tratta di uomini e donne, di tutte l’età, che si sono lasciati abitare e guidare dallo Spirito Santo e hanno fatto dell’amore la motivazione più trainante della loro vita.
1. Esperienza spirituale di Don Bosco
La spiritualità infatti è un modo caratteristico di vivere la fede, di sentire la santità cristiana e di tendere ad essa; è un modo particolare di ordinare la propria vita all’acquisto della perfezione cristiana e alla partecipazione di uno speciale carisma. Più in concreto la spiritualità salesiana consiste di vari elementi: è innanzitutto un amore di predilezione per i giovani, specie i più bisognosi; uno stile di vita, preghiera, lavoro, rapporti interpersonali; una forma di vita comunitaria; una missione educativa pastorale sulla base di un patrimonio pedagogico; una metodologia formativa; un insieme di valori e atteggiamenti caratteristici; una peculiare attenzione alla Chiesa e alla società attraverso settori specifici di impegno; un’eredità storica di documentazione e scritti; un linguaggio caratteristico; una serie tipica di strutture e opere; un calendario con feste e ricorrenze proprie. Come lo è stato per Don Bosco, il punto di partenza della sua esperienza spirituale è “la gloria di Dio e la salvezza delle anime”, ben formulato nel suo programma di vita “da mihi animas, cetera tolle”. La radice profonda di tale esperienza è l’unione con Dio, come espressione della vita teologale che si sviluppa con la fede, la speranza e la carità, e dello spirito di autentica pietà. Questa esperienza si traduce in azioni visibili; senza le opere la fede è morta e senza la fede le opere sono vuote. Infine questa esperienza spirituale, la di Don Bosco e la nostra, ha come punto di arrivo la santità: la santità è possibile a tutti, dipende dalla nostra cooperazione con la grazia, ma a tutti è data la grazia per essa. La nostra spiritualità salesiana corre il rischio di vanificarsi perché i tempi sono cambiati e perché talvolta noi la viviamo superficialmente. Per attualizzarla dobbiamo ripartire da Don Bosco, dalla sua esperienza spirituale, dalla sua opzione preferenziale, e dal sistema preventivo. I chierici del tempo di Don Bosco vedevano ciò che non andava e non volevano essere religiosi, ma erano incantati da lui, tanto da dire, con parole del giovani Cagliero, “frate o non frate, io resto con Don Bosco”. Come vorrei, carissimi giovani, che oggi ciascuno di voi potesse fare proprie queste parole di Cagliero e con grandezza di animo e di cuore rispondesse positivamente al Signore che vi chiama, perché vi ama e vuole riempire di gioia e di senso la vostra vita e di portarla alla pienezza dell’amore nella vostra totale consegna a lui e agli altri giovani, specialmente i più poveri e bisognosi. Cari giovani, senza indugio consegnatevi a Dio. Ecco i santi del terzo millennio di cui ha bisogno questo mondo, persone che raggiungono la pienezza di vita, trasfigurate dalla carità.
2. Centro e sintesi della spiritualità salesiana: la carità pastorale
Infatti, dice San Francesco di Sales: “La persona è la perfezione dell’universo; l’amore è la perfezione della persona; la carità è la perfezione dell’amore”.[2] E’ una espressione molto bella, perché rispecchia una visione universale che colloca in scala ascendente quattro modi di esistere: l’essere, l’essere persona, l’amore come forma superiore a qualsiasi altra espressione, la carità come espressione massima dell’amore. Questo è il cammino che Don Bosco ed io vi proponiamo: aspirate al massimo. Mettete in gioco la vostra vita per le cose che veramente valgono la pena vivere: Cristo e il Suo Vangelo, per la salvezza del mondo. Non fa meraviglia dunque che la carità sia il centro di ogni spiritualità cristiana: non è solo il primo comandamento, ma è anche la fonte di energia per progredire. L’accendersi della carità in noi è un mistero e una grazia; non proviene da iniziativa umana, ma è partecipazione alla vita divina ed effetto della presenza dello Spirito. Non potremmo amare Dio se Lui non ci avesse amato per primo, facendoci sentire e dandoci il gusto e il desiderio, l’intelligenza e la volontà, per corrispondervi. Non potremmo nemmeno amare il prossimo e vedere in esso l’immagine di Dio, se non avessimo l’esperienza personale dell’amore di Dio. La carità pastorale è invece una espressione particolare della carità, che ha molte altre manifestazioni: l’amore materno, l’amore coniugale, la compassione, la misericordia, il perdono, … Richiama la figura di Gesù Buon Pastore, non soltanto per le modalità del suo operare: bontà, ricerca di chi si è perso, dialogo, perdono; ma anche, e soprattutto, per la sostanza del suo ministero: rivelare Dio a ciascun uomo e a ciascuna donna. L’elemento tipico della carità pastorale è l’annuncio del Vangelo, l’educazione alla fede, la formazione della comunità cristiana, la lievitazione evangelica dell’ambiente. La carità pastorale salesiana ha poi una sua caratteristica propria, documentata anche dagli inizi della nostra storia: “La sera del 26 gennaio 1854 ci siamo radunati nella camera di Don Bosco e ci venne proposto di fare con l’aiuto del Signore e di San Francesco di Sales una prova di esercizio pratico di carità verso il prossimo, … D’allora è stato dato il nome di salesiani a coloro che si proposero o si proporranno questo esercizio”.[3] La carità pastorale è centro e sintesi della nostra spiritualità, che ha il suo punto di partenza nell’esperienza spirituale di Don Bosco stesso e nella sua preoccupazione per le anime.
3. Spiritualità salesiana per tutte le vocazioni
Se è vero che la spiritualità cristiana ha elementi comuni e validi per tutte le vocazioni, è pur vero che essa è vissuta con differenze peculiari e specificità a secondo del proprio stato di vita: il ministero presbiterale, la vita consacrata, i fedeli laici, la famiglia, i giovani, gli anziani, … hanno un loro modo tipico di vivere l’esperienza spirituale. Lo stesso vale per la spiritualità salesiana. Nella “Carta di identità della Famiglia salesiana” sono stati individuati i tratti spirituali caratteristici di tutti i suoi gruppi; ciò viene rilevato soprattutto nella parte terza di questo documento. D’altra parte i vari gruppi legittimamente, per la loro origine e per il loro sviluppo, hanno storie e caratteristiche spirituali proprie, che sono da conoscere e costituiscono una ricchezza per tutta la Famiglia stessa. Nel tempo si è sviluppata pure una spiritualità giovanile salesiana. Pensiamo, oltre alle tre biografie dei giovani Michele Magone, Domenico Savio e Francesco Besucco, scritte da Don Bosco, alle pagine che egli indirizza attraverso il “Giovane provveduto” ai giovani stessi, alle Compagnie… Come la presentava don Bosco? Nei profili dei giovani dell’Oratorio di Valdocco, Don Bosco presenta una visione radiosa di Dio creatore, padre tenerissimo e provvidente, proteso nell’amore verso l’uomo, che chiama alla comunione e all’intimità con sé. Don Bosco presenta questo Dio particolarmente attento ai ragazzi e ai giovani: li predilige perché semplici, umili, innocenti, “non ancora divenuti preda infelice del nemico infernale”, positivamente aperti al bene. Al suo amore si risponde coll’amore: “Noi siamo creati per amare e servir Dio nostro creatore, nulla ci gioverebbe tutta la scienza e tutte le ricchezze del mondo senza timor di Dio”. Perciò Don Bosco esorta i giovani ad ascoltare gli inviti divini e corrispondere, a “darsi” per tempo a Lui, ad abbracciare una vita virtuosa e mettersi al suo servizio con slancio e con gioia, facendo “tutte quelle cose che gli possono piacere, evitando quelle che lo potrebbero disgustare”. Così potranno assaporare la bellezza e la dolcezza della vita cristiana. Il “darsi” a Dio si concretizza in un movimento di carità affettiva ed effettiva che polarizza tutto l’essere, in un processo battesimale di distacco del cuore dal peccato, di amoroso impegno nella virtù, di tensione unitiva, che non estranea il ragazzo dal suo mondo, anzi lo immerge nel vissuto quotidiano, nei doveri, nelle relazioni umane: tutto viene prospettato nell’ottica del primato dell’amore divino, del cuore liberato dal peccato che deforma, intristisce e mortifica, e della tensione virtuosa che libera, perfeziona e appaga. Inoltre Don Bosco insiste sulla “facilità” della sua proposta spirituale e illustra i mezzi per mantenersi in questa tensione positiva e feconda che la “perseveranza” e la buona volontà rendono efficacissimi. La meditazione, l’ascolto della parola di Dio, le preghiere quotidiane, la devozione mariana, le giaculatorie, le brevi visite al Sacramento e la corretta fervorosa pratica sacramentale sono alimento della carità e sorgente di grazia. La fedeltà nel compimento del dovere, la fruttuosa occupazione del tempo, l’esercizio delle virtù relazionali e il servizio di carità sono il campo da coltivare fecondo di frutti. La “custodia” dei sensi, la sobrietà, la pratica della mortificazione nelle piccole cose, la fuga dell’ozio, dei cattivi compagni e degli ambienti pericolosi sono le battaglie in cui impegnarsi quotidianamente. La visione di don Bosco è profondamente ottimista: l’impegno dei giovani, il loro fervore operativo sono resi fecondi dalla grazia santificante; la battaglia contro il male, assunta con determinazione, è destinata a sicura vittoria, per la forza della fede, per l’efficace patrocinio di Maria; le ferite, anche gravi, riportate negli assalti del male sono risanate per la potenza salvifica del sangue di Cristo; la santità e la virtù fioriscono facilmente nel cuore di quei giovani che si donano generosamente all’amore di Dio e si affidano con fiducia ai loro formatori.
4. Don Bosco, padre e maestro di spirito
Anche nei confronto dei suoi collaboratori e benefattori, Don Bosco non cessò di alimentare questo spirito di carità attiva in funzione missionaria e salvifica. E’ stato chiaro il suo impegno nel promuovere una visione integrale, devota e attiva della vita cristiana: all’amore misericordioso e tenerissimo di Dio, alla sua carità senza limiti, si risponde con fede viva, con speranza illimitata, con carità ardente e con l’imitazione operosa di Cristo e la conformazione a Lui. Sostenuti dalla grazia dei sacramenti, uniti a Dio nella preghiera “per mezzo di santi pensieri e devoti sentimenti”, staccati dalle lusinghe del mondo e protesi verso la santità nell’esercizio delle virtù, fiduciosi nella Provvidenza e nel sostegno di Maria Ausiliatrice i cristiani sono chiamati ad una vita interiore più consapevole e coltivata, alla testimonianza evangelica nel quotidiano, ad “esercitare la loro carità nel lavorare per la salvezza delle anime”, ad aiutarsi “vicendevolmente nel fare il bene e tener lontano il male”. Secondo don Bosco il cattolico è lievito della società nel tessuto della vita quotidiana: testimonia la fede, opera attivamente nella carità, si dona con generosità e senza paure, promuove la pietà, si prodiga per l’educazione cristiana della gioventù, diffonde la buona stampa, cura le vocazioni, sostiene l’azione missionaria. Tuttavia la documentazione più pregnante dal punto di vista spirituale è certamente quella prodotta da don Bosco fondatore di congregazioni religiose e formatore e animatore di comunità di consacrati e di apostoli. Il suo magistero spirituale si dilata e si approfondisce, la sua proposta diventa più radicale, totalizzante. Ma proprio in questo movimento che accentua il primato assoluto di Dio e le esigenze della sequela fino alla conformazione al Cristo offerto e immolato, emerge più chiara anche la sostanza di quella “facile” ed essenziale proposta spirituale fatta ai giovani del primitivo Oratorio. Il nocciolo infatti è lo stesso, anche se espresso con la semplicità di un linguaggio disadorno e quotidiano: quello di una carità ardente che si esprime nel dono incondizionato di sé e si traduce in tensione unitiva e operativa. Don Bosco non può pensare ai suoi consacrati se non nell’orizzonte del primato assoluto di Dio e nell’ottica evangelica di un distacco radicale, di una consegna senza ripensamenti nella sequela di Cristo obbediente, povero e casto per il servizio divino e la salvezza delle anime.
Conclusione
Don Bosco è un pastore, una guida, un formatore d’anime giovanili preoccupato di salvare, istruire, coinvolgere e orientare alla pratica cristiana e alla vita virtuosa. Nei suoi scritti è possibile percepire, con chiarezza, una nota connotativa che tutti li attraversa ed è la sua sensibilità spirituale specifica, sono le sue personalissime visioni, il suo spirito peculiare. Questa voce inconfondibile conferisce al suo magistero un tratto specifico, unico; fa di lui un vero “maestro” di vita spirituale, in quanto formatore di santi ed iniziatore di una tradizione spirituale, di una vera scuola di spiritualità per giovani, per laici attivamente coinvolti nella missione salesiana, per consacrati e consacrate radicalmente impegnati con lui nella sequela di Cristo. E’ proprio a lui, vero maestro di vita spirituale, che siamo invitati, quest’anno, ad attingere per fare nostra la sua spiritualità, infiammare il nostro cuore della sua carità pastorale, incontrare Cristo e farlo incontrare ai giovani, di modo che possano diventare credibili e convinti “testimoni della Gioia”. Andiamo incontro Cristo accompagnati e guidati da Don Bosco e troveremo, come lui, la gioia del servire il Signore!

Colle Don Bosco – 16.08.’13 Don Pascual Chávez V., sdb Rettor Maggiore

 http://www.mgsitalia.it

 

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